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La Luna d'ottobre: quando lo Sputnik cambiò il mondo

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Questo libro non è un testo scientifico, nemmeno una storia dell'astronautica. È il racconto di tante storie, aneddoti, vicende umane, personali e collettive, che portarono a quella straordinaria notte di ottobre. E che a quella notte seguirono, cambiando il futuro in modo imprevedibile.

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Il 4 ottobre del 1957 l'umanità intera fu sorpresa, Impaurita e inorgoglita da una palla di acciaio con le antenne che aveva iniziato a girare nel cielo emettendo un segnale monotono e continuo. Era lo Sputnik, il primo satellite artificiale a entrare in orbita. Il successo di un paese, l'Unione Sovietica, che allora sembrava destinato a uno straordinario futuro tecnologico, militare e politico e che solo 34 anni dopo non sarebbe esistito più. Questo libro non è un testo scientifico, nemmeno una storia dell'astronautica. È il racconto di tante storie, aneddoti, vicende umane, personali e collettive, che portarono a quella straordinaria notte di ottobre. E che a quella notte seguirono, cambiando il futuro in modo imprevedibile.

La lunga marcia di avvicinamento allo spazio prese le mosse all’inizio del XX secolo, quando gli scienziati matti, visionari, esistevano davvero, quelli comicamente rappresentati con il razzo e altre strambe invenzioni nel giardino di casa. Tipi del genere erano infatti i tre geniali anticipatori dei viaggi spaziali – il russo Konstantin Ciolkovskij, il tedesco Hermann Oberth e l'americano Robert Goddard – cui fecero riferimento i due artefici dell’esplorazione dello spazio: Wernher von Braun e Sergej Korolëv. Il primo scippato ai nazisti condusse gli Usa all’allunaggio, l’altro fu l’artefice dello smacco che sconvolse il mondo occidentale: il lancio dello Sputnik. Una storia raccontata dettagliatamente da Romeo Bassoli e Federico Ungaro nel libro La Luna d’ottobre. Quando lo Sputnik cambiò il mondo (Avverbi Edizioni, Roma, 2007) che si legge tutto d’un fiato, come un romanzo e forse è stato anche questo. Lo prova l’estratto che proponiamo, tratto dal paragrafo I gigli nella valle che conclude il capitolo Signori, lo spazio è aperto. Si riparte tre anni dopo il lancio del Vanguard, che rispose allo Sputnik.
È la notte del 12 aprile 1961, sono i momenti che precedono il viaggio di Gagarin, il volo che lo consegnerà alla storia e al mito. Infatti, caso unico per un sovietico non dissidente, nel tempo si susseguiranno, ad esempio, dediche e omaggi in musica da parte di musicisti decisamente eterogenei: dalla canzone Gagarin di Riccardo Baglioni, all’album Yuri Gagarin e omonima title track di Louis Philippe, all’album From Gagarin's Point of View degli E.S.T., il trio jazz del compianto Esbjörn Svensson, dalla song Yuri-G di PJ Harvey a Hey Gagarin di Jean-Michel Jarre, fino a Yuri degli Oi Va Voi, all’elettronica dei messicani Vozrozhdeniya con la traccia Gagarin e allo scoppiettante trio Piccola Orchestra Gagarin. Come mai? Perché i miti si cantano.

I gigli nella valle
jurijTre anni dopo.12 aprile 1961. Sono le tre di notte quando Yuri (così nel testo, come le altre trascrizioni al modo anglosassone che si incontrano nel testo, ndr) Gagarin e il cosmonauta di riserva Gherman Titov si preparano per il lancio. Li debbono vestire, nutrire, preparare con la tuta azzurra e sopra quella arancione per essere meglio visibili all’atterraggio. Titov è nervoso. Sa che accompagnerà fin sotto il gigantesco missile il primo uomo destinato ad andare nello spazio. Ma lui, a meno di colpi di scena all’ultimo minuto, resterà a terra.
Tutti sono nervosi, eccitati, preoccupati. Yuri Gagarin no. È sereno, determinato. Niente storie: “Poyekhali”, andiamo via, dice. Vuole partire. Una volta vestiti vanno all’autobus che deve portare Gagarin e la sua scorta di cosmonauti (Titov con la tuta, altri due in divisa) verso la rampa di lancio. Quando arrivano davanti al bus, Yuri crea la prima leggenda con un gesto che diventerà un’abitudine scaramantica per tutti quelli che seguiranno: dal tubo della tuta fa pipì contro la ruota dell’autobus. Lui è un figlio del popolo e dalle sue parti non ci si fanno troppi problemi.
Non se li è fatti nemmeno qualche anno prima, quando ha inseguito quell’infermiera belloccia e sua moglie Valentina è entrata nella stanza all’improvviso. Yuri si è dovuto lanciare dal balcone ma i piedi sono stati catturati da un rampicante ed è finito con la faccia sul cemento. Tre settimane di ospedale, poi è uscito con quella cicatrice che gli attraversa la sopracciglia sinistra (così nel testo, ndr). Gli inventeranno una spiegazione ufficiale (“è caduto giocando con sua figlia”) e cercheranno di fotografarlo sempre di tre quarti, prendendolo dal lato destro che per fortuna è molto fotogenico.
Sono le 8 e 14 minuti.
Manca meno di un’ora al lancio. Gagarin è dentro la navetta Vostok 1, una palla volante che il giovane pilota non potrà guidare perché per sicurezza tutti i comandi possono essere inseriti solo da terra via radio.
Popovic, il capo dei cosmonauti, gli parla alla radio, Gagarin lo ascolta dentro la cuffia di cuoio.

“Yuri, non ti stai annoiando, vero?”

“Se ci fosse un po’ di musica, potrebbe essere un po’ meglio”.

“Dammi un minuto”.

Arriva la musica. È una vecchia canzone che parla d’amore. I minuti passano. Gagarin comincia a fischiettare una canzonetta che si chiama Gigli nella valle, poi la canta un po’ cambiata:

Oggi non mi hai comprato
Un bouquet di rose rosse
Ma una bottiglia di vodka Stolichnaya.
La nasconderemo tra gli steli
e la berremo fino a sbronzarci.
E allora perché abbiamo bisogno
di questi maledetti gigli nella valle?

Tutti sorridono. Anche Korolev, che ha il cuore a pezzi per quel ragazzo che gli sembra così in gamba e che potrebbe essere cenere tra poche decine di minuti.
Korolev ha voluto fortemente Gagarin. È figlio di contadini della zona di Smolensk, la sua famiglia è stata cacciata di casa dalla Werhmacht quando lui era bambino. Ha vissuto nei boschi, è sopravvissuto alla guerra, poi ha voluto diventare pilota, ha fatto gli studi tecnici. È un uomo del popolo. Titov è una persona istruita, è bravo, ma è figlio di intellettuali. C’è un terzo cosmonauta, Grigory Nelyubov, preparatissimo. Ma è un egocentrico, uno che è stato beccato ubriaco da un poliziotto, lo ha insultato e non si è voluto scusare. Si è giocato le sue possibilità così. Yuri è stato sempre serio, concentrato, semplice e tenace. Korolev lo sente come un figlio. Gli ha detto “Buona fortuna”.

“Grazie” gli ha risposto il ragazzo.

“Buona fortuna, caro”, gli ha detto ancora il Progettista capo.

“Ci vediamo” gli dice il ragazzo.

“Buona fortuna. Ci rivedremo”, mormora il Progettista capo.

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